La nuova statua del bacio ci rappresenta nella memoria e nell'identità

Il posizionamento della statua “Il bacio della memoria di un porto” restituisce finalmente alla città un po’ di bellezza, di bontà e di giustizia

Incontro con il Sindaco per intitolare una piazza alle vittime dei bombardamenti

Il Comitato 14 Maggio ha avanzato una richiesta scritta di intitolare il piazzale compreso tra via Mazzini e Via Gorizia alle vittime civili dei bombardamenti anglo-americani

Anniversario della nascita dell'Optimus Princeps, il fondatore di Civitavecchia

Ogni nuovo Imperatore dopo Traiano veniva salutato dal Senato con l'augurio: possa tu essere più fortunato di Augusto e migliore di Traiano (Felicior Augusto, melior Traiano)

Recensione della nostra visita presso la Macchina del Tempo Civitavecchia

E’ una calda sera di agosto quella che ci vede, insieme ad alcuni simpatizzanti, in visita presso la Macchina del Tempo, progetto inedito a cura di Roberta Galletta, divulgatrice storica

14 maggio, Anniversario dei bombardamenti anglo-americani su Civitavecchia

Il Comitato ha deposto un omaggio floreale presso il Monumento alle Vittime civili dei Bombardamenti, partecipando alla cerimonia ufficiale insieme alle autorità locali per ricordare quanti hanno perso la vita durante la 1° incursione aerea alleata.

26 marzo 2023

28 marzo, Civitavecchia | Presentazione " Viaggio nella Turscia", la ferrovia Civitavecchia - Orte nei documenti d'epoca

 

Si svolgerà martedì 28 marzo, alle 17.30, presso la sala conferenze della Fondazione Cariciv,  in Via Risorgimento, 8/12, la presentazione del libro “Viaggio nella tuscia”, scritto da Pietro Mancini. L’opera parla, anche con immagini suggestive e rare da trovare, della ferrovia Civitavecchia-Orte nei documenti e negli articoli dei giornali d’epoca.




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19 febbraio 2023

Sul significato delle feste carnevalesche


A proposito di una «teoria della festa» formulata da un sociologo, abbiamo segnalato [Si veda «Etudes Traditionnelles», aprile 1940, p. 169] che tale teoria aveva, fra gli altri difetti, quello di voler ridurre tutte le feste a un solo tipo, costituito da quelle che si possono chiamare feste «carnevalesche», espressione che ci pare abbastanza chiara per essere facilmente compresa da tutti, poiché il carnevale rappresenta effettivamente ciò che ne rimane ancor oggi in Occidente; e dicevamo allora che si pongono, a proposito di questo genere di feste, delle questioni che meritano un esame più approfondito. Infatti, l’impressione che se ne trae è sempre, anzitutto, un’impressione di «disordine» nel senso più completo della parola; come mai quindi si constata la loro esistenza, non solo in un’epoca come la nostra, in cui si potrebbe in fondo, se non avessero un’origine così remota, considerarle semplicemente come una delle numerose manifestazioni dello squilibrio generale, ma anche, e persino con uno sviluppo molto maggiore, in civiltà tradizionali con le quali a prima vista esse sembrano incompatibili?

Non è inutile citare qui alcuni esempi precisi, e menzioneremo anzitutto, a questo riguardo, certe feste di carattere veramente strano che si celebravano nel Medioevo: la «festa dell’asino” in cui quest’animale, il cui simbolismo propriamente «satanico” è assai noto in tutte le tradizioni [Sarebbe un errore voler opporre a questo il ruolo svolto dall’asino nella tradizione evangelica, poiché, in realtà, il bue e l’asino, posti ai due lati opposti della mangiatoia alla nascita di Cristo, simboleggiano rispettivamente l’insieme delle forze benefiche e quello delle forze malefiche; si ritrovano d’altronde nella crocifissione, sotto forma del buono e del cattivo ladrone. Quanto poi a Cristo sulla groppa di un asino, al suo ingresso in Gerusalemme, egli rappresenta il trionfo sulle forze malefiche, trionfo la cui realizzazione costituisce propriamente la «redenzione»], veniva introdotto addirittura nel coro della chiesa, ove occupava il posto d’onore e riceveva i più straordinari segni di venerazione; e la «festa dei folli», in cui il basso clero si abbandonava agli atti più sconvenienti, parodiando al tempo stesso la gerarchia ecclesiastica e la liturgia medesima [Questi «folli» portavano d’altronde un copricapo a lunghe orecchie, manfestamente destinato a evocare l’idea di una testa d’asino, e questo particolare non è il meno significativo dal punto di vista in cui ci poniamo].

Com’è possibile spiegare che cose simili, il cui carattere più evidente è incontestabilmente quello parodistico o addirittura sacrilego [L’autore della teoria alla quale abbiamo alluso non ha difficoltà a riconoscervi la parodia e il sacrilegio, ma, riferendoli alla sua concezione della «festa» in generale, pretende di farne degli elementi caratteristici del «sacro» medesimo, il che non solo è un paradosso piuttosto esagerato, ma, bisogna dirlo chiaramente, una pura e semplice contraddizione] abbiano potuto, in un’epoca come quella, non solo essere tollerate, ma persino ammesse più o meno ufficialmente?

Menzioneremo anche i saturnali degli antichi Romani, da cui il carnevale moderno sembra d’altronde trarre origine direttamente, per quanto non ne sia più, a dire il vero, che un ricordo assai pallido: durante queste feste, gli schiavi comandavano ai padroni e questi li servivano [Si riscontrano anche, in paesi diversi, casi di feste dello stesso genere in cui si giungeva fino a conferire temporaneamente a uno schiavo o a un criminale le insegne della regalità, con tutto il potere che esse comportano, salvo a condannarli a morte quando la festa era terminata]; si aveva allora l’immagine di un vero «mondo alla rovescia», in cui tutto si faceva contrariamente all’ordine normale [Lo stesso autore parla anche lui, a questo proposito, di «atti alla rovescia», e persino di «ritorno al caos”, il che contiene una parte di verità, ma, per una sbalorditiva confusione di idee, vuole assimilare tale caos all’»età dell’oro»]. Per quanto si pretenda comunemente che ci fosse in queste feste un richiamo dell’»età dell’oro», tale interpretazione è manifestamente falsa, dal momento che non si tratta affatto di una specie di «uguaglianza» che a rigore potrebbe esser considerata una rappresentazione, nella misura in cui lo consentono le presenti condizioni [Vogliamo dire le condizioni del Kali Yuga o dell’»età del ferro» di cui fanno parte tanto l’epoca romana quanto la nostra] dell’indiffereziazione iniziale delle funzioni sociali; si tratta di un rovesciamento dei rapporti gerarchici, il che è completamente diverso, e un tale rovesciamento costituisce, in modo generale, uno dei caratteri più evidenti del «satanismo». Bisogna vedervi dunque piuttosto qualcosa che si riferisce all’aspetto «sinistro» di Saturno, aspetto che non gli appartiene certo in quanto dio dell’»età dell’oro», ma al contrario in quanto egli attualmente è solo il dio decaduto di un’èra trascorsa [Che gli dèi antichi diventino in certo modo dei demòni, è un fatto abbastanza generalmente constatato, e di cui l’atteggiamento dei cristiani nei riguardi degli dèi del «paganesimo» è solo un caso particolare, ma che non sembra esser mai stato spiegato a dovere; non possiamo d’altronde insistere qui su tale punto, che ci condurrebbe fuori tema. Resta inteso che tutto questo va riferito unicamente a certe condizioni cicliche, e perciò non intacca né modifica in nulla il carattere essenziale di questi stessi dèi in quanto simboli non temporali di princìpi di ordine sopra umano, di modo che, accanto a tale aspetto malefico accidentale, l’aspetto benefico sussiste sempre, malgrado tutto, e anche quando è più completamente misconosciuto dalla «gente dell’esterno»; l’interpretazione astrologica di Saturno potrebbe fornire a questo riguardo un esempio chiarissimo].

Si vede da tali esempi che vi è sempre, nelle feste di questo genere, un elemento «sinistro» e anche «satanico», ed è da notare in modo del tutto particolare che proprio questo elemento piace al volgo ed eccita la sua allegria: è infatti qualcosa di molto adatto, anzi più adatto di ogni altra cosa, a dar soddisfazione alle tendenze dell’»uomo decaduto», in quanto queste tendenze lo spingono a sviluppare soprattutto le possibilità meno elevate del suo essere. Ora, proprio in ciò risiede la vera ragione delle feste in questione: si tratta insomma di «canalizzare» in qualche maniera tali tendenze e di renderle il più possibile inoffensive, dandogli l’occasione di manifestarsi, ma solo per periodi brevissimi e in circostanze ben determinate, e assegnando così a questa manifestazione degli stretti limiti che non le è permesso oltrepassare [Ciò è in rapporto con la questione dell’»inquadramento» simbolico, sulla quale ci proponiamo di tornare]. Se infatti queste tendenze non potessero ricevere quel minimo di soddisfazione richiesto dall’attuale stato dell’umanità, rischierebbero, per così dire, di esplodere [Alla fine del Medioevo, quando le feste grottesche di cui abbiamo parlato furono soppresse o caddero in disuso, si produsse un’espansione della stregoneria senza alcuna proporzione con quel che s’era visto nei secoli precedenti; fra questi due fatti esiste un rapporto abbastanza diretto, per quanto in genere inavvertito, il che d’altronde è tanto più sorprendente in quanto vi sono alcune somiglianze abbastanza singolari fra tali feste e il sabba degli stregoni, ove pure tutto si faceva «alla rovescia»], e di estendere i loro effetti all’intera esistenza, sia dell’individuo sia della collettività, provocando un disordine ben altrimenti grave di quello che si produce soltanto per qualche giorno riservato particolarmente a questo scopo. 

Tale disordine è d’altra parte tanto meno temibile in quanto viene quasi «regolarizzato», poiché, da un lato, questi giorni sono come avulsi dal corso normale delle cose, in modo da non esercitare su di esso alcuna influenza apprezzabile, e comunque, dall’altro lato, il fatto che non vi sia niente di imprevisto «normalizza» in qualche modo il disordine stesso e lo integra nell’ordine totale.

Oltre a questa spiegazione generale, perfettamente evidente quando si voglia riflettervi bene, ci sono alcune osservazioni utili da fare, per quanto concerne più in particolare le «mascherate», che svolgono un’importante funzione nel carnevale propriamente detto e in altre feste più o meno simili; e tali osservazioni riconfermeranno quel che abbiamo appena detto. Infatti, le maschere di carnevale sono generalmente orride ed evocano il più delle volte forme animali o demoniache, tanto da essere quasi una sorta di «materializzazione» figurativa di quelle tendenze inferiori, o addirittura «infernali», cui è permesso così di esteriorizzarsi. Del resto, ognuno sceglierà naturalmente fra queste maschere, senza neppure averne una chiara coscienza, quella che meglio gli conviene, cioè quella che rappresenta quanto è più conforme alle sue tendenze, sicché si potrebbe dire che la maschera, che si presume nasconda il vero volto dell’individuo, faccia invece apparire agli occhi di tutti quello che egli porta realmente in se stesso, ma che deve abitualmente dissimulare. È bene notare, perché ne precisa ancor più il carattere, che vi è in questo quasi una parodia del «rovesciamento» che, come abbiamo spiegato altrove [Si veda “L’Esprit est il dans le corps ou le corps dans l’esprit”], si produce a un certo grado dello sviluppo iniziatico; parodia, diciamo, e contraffazione veramente «satanica», perché qui il «rovesciamento» è un’esteriorizzazione, non più della spiritualità, ma, all’opposto, delle possibilità inferiori dell’essere [C’erano anche, in certe civiltà tradizionali, periodi speciali in cui, per ragioni analoghe, si consentiva alle «influenze erranti» di manifestarsi liberamente, prendendo comunque tutte le precauzioni necessarie in un caso simile; queste influenze corrispondono naturalmente, nell’ordine cosmico, a quel che è lo psichismo inferiore nell’essere umano, e di conseguenza, fra la loro manifestazione e quella delle influenze spirituali esiste lo stesso rapporto inverso che esiste fra le due specie di esteriorizzazione appena menzionate; di più, in queste condizioni, non è difficile capire come la mascherata stessa paia raffigurare in qualche modo un’apparizione di «larve» o di spettri maligni].

Per terminare questi brevi cenni, aggiungeremo che, se le feste di questo genere vanno sempre più perdendo importanza e sembrano ormai suscitare a malapena l’interesse della folla, il fatto è che, in un’epoca come la nostra, hanno veramente perduto la loro ragione d’essere [Ciò equivale a dire che esse propriamente non sono più che «superstizioni», nel senso etimologico della parola]: come potrebbe, infatti, esserci ancora il problema di «circoscrivere» il disordine e di rinchiuderlo entro limiti rigorosamente definiti, quando esso è diffuso dappertutto e si manifesta costantemente in tutti gli ambiti in cui si esercita l’attività umana? Così, la scomparsa quasi completa di queste feste, di cui, se ci si limitasse alle apparenze esteriori e da un punto di vista semplicemente “estetico», ci si potrebbe rallegrare per via dell’aspetto “laido” che inevitabilmente assumono, questa scomparsa, diciamo, costituisce al contrario, se si va al fondo delle cose, un sintomo assai poco rassicurante, poiché testimonia che il disordine ha fatto irruzione nell’intero corso dell’esistenza e si è a tal punto generalizzato da far sì che noi viviamo in realtà, si potrebbe dire, in un sinistro «carnevale perpetuo».

René Guenon, SUL SIGNIFICATO DELLE FESTE «CARNEVALESCHE” (da “Simboli della scienza sacra”, cap. 21)
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10 febbraio 2023

10 febbraio - Giorno del Ricordo |Commemorazione presso Parco Martiri delle Foibe, Civitavecchia

Città di Civitavecchia - "Giorno del Ricordo dei Martiti delle Foibe e dell'esodo Istriano, Giuliano e Dalmata"

Parco Martiri delle Foibe - 10 Febbraio 2023 ore 11.00


Comitato 10 Febbraio - Civitavecchia

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30 gennaio 2023

Le cinte murarie a difesa di Civitavecchia

Civitavecchia, nella sua bimillenaria storia, ha visto ergersi in sua difesa diverse cinte murarie. Tale sistema difensivo è  ancora oggi riconoscibile e costituisce un vero e proprio patrimonio che racconta le diverse tappe storiche vissute dalla città. L'arch. Francesco Correnti descrive, attraverso una raffigurazione grafica semplice, le diverse mura  che hanno avvolto Centumcellae prima e Civitas Vetula più tardi.

1) Le "mura romane" vere e proprie non esistono perché non è esistita una città romana: quella che si è formata dietro il porto di Traiano era la trasformazione della villa imperiale (Centumcellae) e delle sue varie parti, con i servizi portuali aggiunti in seguito (bagni pubblici di età severiana ecc.) e le abitazioni sorte via via; divenendo quel centro - la città "romano-bizantina" - che fu al tempo di Gregorio Magno cioè la città con le mura "bizantine" che fu poi conquistata e distrutta dai Saraceni;

2) le "mura castellane" sono quelle, più ristrette, costruite forse già nel tardo medioevo intorno alla "Vecchia Civita" rimasta abbandonata (vedere sempre il mio libro in proposito) e poi lentamente riabitata (senza nessun "ritorno") per via del porto, danneggiato ma pur sempre utilizzabile finché poi restaurato dai primi del '500; certamente le mura "castellane" sono state rinforzate o costruite ex novo con le varie torri e le tre porte fortificate con fossato e ponti levatoi da Pio II Piccolomini nel tardo '400;

3) le "Mura della Porta Antica" il cui andamento, da vari indizi, si può immaginare avendo la posizione della "porta anticha" dalle misurazioni fatte da Antonio da Sangallo il Giovane ai primi del '500, riportate nei suoi disegni oggi agli Uffizi e dal sottoscritto ricostruite sul terreno, cioè sulla mappa della città attuale. Cioè, la "porta anticha" era nella "piazza" XXIV Maggio.

Inutilmente, quando ero a Civitavecchia, proposi di fare dei saggi di scavo per ritrovarne le fondazioni. Ne parlo in "Chome lo papa uole..." e ne ho fatto anche qualche disegno in vedute sul libro. Probabilmente sono di epoca bizantina (vedi appunto il libro);

4) Cinta bastionata: quando attenuatosi  il pericolo saraceno nell’889 fu possibile riprendere il possesso della vecchia Centumcellae, il Papa Stefano VI° ne avviò la ricostruzione incominciando dall’edificazione di una rocca a protezione del porto e soprattutto della sua darsena. Con il tempo intorno a questa Rocca  crebbe un borgo che fu chiamato Civitas Vetula che fu protetto da una cinta muraria che secondo i canoni dell’epoca fu merlata, intervallate da torri ed incernierate ai vertici da 4 torrioni, uno dei quali è ancora visibile all’angolo tra via Colle dell’ulivo e via Dannunzio nella zona di piazza Saffi.  Nei secoli successivi queste mura furono ristrutturate a più riprese dai papi Nicolò V° nel 1447, Callisto III° tra il 1455 e il 1458 , Pio II° tra il 1459 ed 1468 in modo da assolvere al meglio la loro funzione difensiva.

5) Il Progetto di Carlo Fontana prevedeva un ampliamento urbano con ingrandimento delle mura a nord-est ed è visibile nell'incisione degli acquedotti del 1699, una copia della quale, incorniciata e sotto vetro (grande circa 2 metri per 1 metro) ho donato alla Città, consegnandola in Biblioteca con una lettera al sindaco di allora. 

6) Cinta francesi: Sul finire del 1700 la città di Civitavecchia conobbe uno sviluppo  economico conseguente essenzialmente  al potenziamento delle attività portuali (commercio dell’allume e porto franco). Al miglioramento dell’economia  corrispose un notevole incremento della popolazione che raggiunse i 10.000 abitanti e una espansione edilizia che richiese nuovi spazi. Per soddisfare queste esigenze fu occupata inizialmente l’area “dell’opera a corno” posta a difesa della Porta Romana nell’intento di ospitarvi una  comunità ebraica da richiamare da Livorno per dar vigore al commercio cittadino (progetto poi accantonato).   

Per proteggere questa nuova area di  espansione edilizia Papa Pio IX ritenne opportuno far realizzare una cinta muraria per la cui messa in opera ”con minor spesa e più celermente” si resero disponibile le truppe francesi che presidiavano la città agli ordini del  Prefetto Gen. Conte Agostino de Goyon

7) la "Cinta daziaria" era quella costruita dopo l'annessione di Civitavecchia al Regno d'Italia con la presa del 16 settembre 1870, con l'istituzione del dazio sulle merci in entrata o uscita dalla città, che pagavano appunto una tassa;

8) il penitenziario o bagno penale, costruito da Pio IX con progetto dell'arch. Lana e con l'assistenza del comando del Genio francese, terminato nel 1870, era appunto il nuovo e moderno penitenziario, destinato a sostituire i vari luoghi di detenzione e prigioni presenti in città.




Ricostruzione grafica: Francesco Correnti

Fonte: Le antiche fortificazioni di Civitavecchia 


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27 gennaio 2023

Il bilancio delle attività per l'anno 2022


Ci siamo lasciati un nuovo anno alle spalle e come di consueto ci prestiamo a  redigere, seppur con un po di ritardo, il bilancio delle attività da condividere con i nostri membri e simpatizzanti. 

Centrale è rimasta la nostra attenzione intorno all'evento del 14 maggio durante il quale siamo l'unica realtà civica a portare il proprio omaggio alle vittime civili dei bombardamenti alleati in occasione della cerimonia ufficiale in presenza delle alte autorità locali. Ma l'impegno del Comitato va anche nella direzione della divulgazione della memoria cittadina raccontando fatti storici e testimonianze relativamente alle vittime dei bombardamenti. In tal senso abbiamo supportato e promosso giovani ricercatori locali e giornalisti nella raccolta di materiali utili al fine della pubblicazione di articoli sulla vita di chi fu impegnato nella contraerei o di chi vi si trovo a vivere durante i bombardamenti.

In connessione con la coltivazione della memoria storica, l'anno 2022 ci ha visti impegnati anche nella sua difesa. Infatti, una volta con l'installazione da parte dell'amministrazione locale della statua pop-art raffigurante un marinaio americano nell'atto di festeggiare la fine della guerra in seguito alle bombe nucleari sul Giappone, il Comitato si è subito attivano nel promuovere una petizione popolare, volantinaggi, dibattiti nella stampa locale e lettere aperte all'amministrazione locale contro quella che consideriamo un oltraggio alla memoria e al decoro della città e che mina la coesione della comunità locale.

Il 2022 ha visto, inoltre, l'installazione del cartello toponomastico di piazza Betlemme, simbolo dell'amicizia tra Civitavecchia e il popolo palestinese. Il Comitato aveva infatti sollecitato più volte l'amministrazione di ri-collocare il cartello in seguito alla sua deteriorazione a causa degli agenti esogeni e del materiale di bassa qualità.

Infine, in seguito alle sollecitazioni del Comitato sono stati riaperti anche i giardini del Monumento ai Mutilati e agli Invalidi del Lavoro precedentemente chiusi che privava la cittadinanza di uno spazio verde e il monumento in oggetto della funzione di sensibilizzare sul tema delle vittime del lavoro.


7 luglio -  Comunicato stampa per diritto di replica: Rifiutiamo la “resa incondizionata” al kitsch

7 luglio - Comunicato stampa per diritto di replica: La statua pop-art, alibi per la caccia alle streghe

1 luglio -  Comunicato stampa per diritto di replica | Niente è dimenticato per chi custodisce la memoria, quel bacio è inutile.

27 giugno - Petizione popolare per la memoria e il decoro di Civitavecchia

14 maggio - Commemorazione delle vittime civili dei bombardamenti anglo-americani

10 maggio - Ripristinato il cartello di Piazza Betlemme, simbolo dell’amicizia con la Palestina

2 maggio - Riaperti i giardini del Monumento ai Mutilati e agli Invalidi del Lavoro

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23 dicembre 2022

Pastorella di Civitavecchia nel secondo dopoguerra | Rinnovo della comunità e del legame con la tradizione


di Roberta Galletta

La Pastorella di Civitavecchia 

 affonda la sua origine nell’usanza del XIX secolo di rallegrare l’attesa del Natale con musiche suonate per le strade diffusa in tutta Italia e soprattutto nel Lazio.

Questa antica tradizione vanta due testimoni d’eccezione, due artisti che hanno avuto stretti rapporti proprio con Civitavecchia: lo scrittore francese Stendhal, console a Civitavecchia tra il 1831 e il 1842 ed il poeta dialettale romano Giuseppe Gioacchino Belli, vissuto dal 1800 al 1802 in una casa civitavecchiese  nella Quarta Strada, l’attuale via Pietro Manzi in tenera età.

 Il primo racconta nelle sue “Passeggiate Romane” dei pifferai che arrivavano a Roma dagli Abruzzi per cantare per i devoti della Madonna per raccogliere offerte, mentre  il secondo narra in due poesie  in particolare, “Li venticinque novembre” e “La novena de Natale” della presenza a Roma dei “piferari” che, arrivati  dall’Abruzzo e dalla Ciociaria a Roma il giorno di Santa Caterina, il 25 novembre,  si esibivano con un cantante, un suonatore di piffero e uno di zampogna.

A Civitavecchia questi personaggi arrivavano proprio dall’Abruzzo e dalla Ciociaria e giravano in città  suonando davanti alle tante edicole dedicate alla  Madonna all’interno del perimetro del centro storico della città. Quando alla fine del  XIX secolo la presenza degli zampognari e pifferai iniziò a venire meno, molti civitavecchiesi decisero di colmare questo vuoto per non spezzare una tradizione radicata ormai da molti anni.

 Fu così che le prime Pastorelle civitavecchiesi nacquero, mantenendo la tradizione di cantare e suonare musiche natalizie con pifferi, chitarre, triangoli e cembali. In seguito, nonostante l’offesa che i bombardamenti provocarono a Civitavecchia, con il rientro dallo sfollamento dopo le distruzioni del 1943-44, fu proprio attraverso il forte legame con questa tradizione che tra le macerie di quella Civitavecchia spettrale, soprattutto in quella Civitavecchia, grazie ad un gruppo  di civitavecchiesi, tra cui Mario Bartolozzi, Luigi e Cencio Bonamano, Mario Passavanti, Memmo Urbani, Angelo Fazio, Giulio Cesare Gasparini e i giovanissimi Massimo Borghetti, Gaetano Cesaretti e Massimo De Paolis  nacque  nel 1946 “La Tradizionale”, la prima Pastorella della ricostruzione, che riuscì a riportare in vita l’antica e amata tradizione.

Fu così che con  questo atto d’amore numerosi civitavecchiesi poterono sentirsi di nuovo comunità, che riannodava negli anni duri e difficili del dopoguerra  i fili del suo  legame con la città e le sue tradizioni che neanche la violenza delle distruzioni belliche era riuscita a tagliare.

Oggi, a distanza di oltre un secolo, la tradizione continua con tanti gruppi  che si ritrovano tutti insieme la sera del 23 dicembre davanti alla chiesa Cattedrale per suonare e cantare, come gli antichi zampognari e pifferai, accompagnati da flauti, chitarre, pifferi, triangoli e cembali per  le vie della città fino all’alba, rinnovando con amore e devozione una delle tradizioni più care ai civitavecchiesi



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21 dicembre 2022

Il solstizio d'inverno | Il Natale cosmico della natura


Camminando per strada in questi giorni non possiamo che notare quel particolare clima gioioso che, come tutti gli anni, precede il Natale. Sempre più spesso però, nell'immaginario moderno, questa festa è vissuta esclusivamente sotto l’aspetto commerciale e materialistico che essa ha assunto nella nostra società, ponendo inevitabilmente in secondo piano – quando non addirittura portandoci a vivere inconsciamente – il suo vero significato.
Innanzitutto è a nostro avviso necessario partire da ancora più lontano: ossia dal fatto che, con il progressivo allontanamento dell’uomo dalla natura, stiamo diventando sempre più insensibili al suo ciclo e alle sue molteplici manifestazioni. La stragrande maggioranza delle persone, oggigiorno, vive il susseguirsi delle varie stagioni esclusivamente per il fatto che si accorge del cambiamento di temperatura e, qualora sia ancora abituata a farlo, osservando nella natura dei cambiamenti evidenti.

Ma quale nesso si pone dunque in essere tra il mondo naturale con la sua ciclicità e una festa apparentemente legata al costume popolare e alla religione?

Ebbene l’aspetto più rilevante, e tutt'altro che casuale, del Natale è che esso si festeggia in prossimità di un altro avvenimento molto importante, ossia quello del solstizio d’inverno, che cade il 21 dicembre. Il solstizio d’inverno è un avvenimento di particolare rilevanza perché è il giorno più corto dell’anno, durante il quale la Terra si trova nel punto più lontano dal sole nel suo ciclico girare attorno ad esso.

Per tutti i popoli antichi, questo periodo dell’anno riveste un fondamentale aspetto simbolico, di carattere esoterico. Infatti, a partire dal giorno seguente il solstizio, le giornate ricominciano impercettibilmente ad allungarsi, simboleggiando la vittoria del sole sulle tenebre e il ritorno di un periodo di luce, che troverà il suo apice nel solstizio d’estate, giorno più lungo dell’anno.

Durante la notte più lunga dell’anno dunque, quando la luce pare abbia lasciato definitivamente spazio alle tenebre, ecco che anticamente si accendevano dei fuochi per propiziare questa vittoria e rinascita. Tale avvenimento però, non era vissuto esclusivamente come di carattere esteriore, bensì era un momento durante il quale fermarsi a riflettere su di noi e sul nostro agire, facendo della sincera critica introspettiva, seguita poi dalla celebrazione di questa rinascita di luce anche in noi stessi.

La vittoria della luce sulle tenebre sancisce pertanto un ritrovato (e rinnovato) stato dell’essere, che dopo aver affrontato e lasciatosi alle spalle gli aspetti più bui che in esso albergavano, è pronto a rimettersi in cammino verso un mondo luminoso con rinfrancata freschezza.

Con queste poche righe speriamo di aver contribuito in minima parte a tenere vivo il senso e il significato di quello che è forse il momento più significativo dell’anno, con l’augurio che questa consapevolezza cresca e scalzi il materialismo ormai insito ad esso e con la certezza che un uomo che vuole considerare se stesso in sintonia con la natura non può non riconoscerlo.

Un buon solstizio a tutti!

www.azionetradizionale.com
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Comitato 10 Febbraio

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Movimento per la Vita - Civitavecchia